Per fortuna che c’è la morte.

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Me la ricordo bene, mia madre, in quella stanza d’ospedale. Un grande camerone, sei posti letto, un separè che la nascondeva.

Me li ricordo bene gli anni precedenti. Le visite dai medici, il dolore che la costringeva a letto. Lei che non stava mai ferma, con tre maschi per casa.

Con il suo sguardo dolce e spezzato da farmaci incomprensibile e sbagliati, almeno per il primo anno.

Poi la diagnosi, Infausta: tumore osseo. A me non hanno detto mai direttamente il male di mia madre. Ero il più piccolo, avevo i miei casini. Giovane stupido troppo pieno di sè, troppo vuoto per capire.

Ma avevo capito lo stesso. E poi le chemio, i suoi sguardi assenti. un dolore spesso inespresso. Nell’ultimo periodo io non stavo più a casa, e quelle poche volte che l’ho vista le parole non sono mai riuscite a vincere il riserbo. Solo l’ultima volta, nonostante la morfina, mi ha detto “lasciatemi andare, per favore”.

Non so se i medici abbiano fatto di tutto per tenerla in vita, o se,ad un certo punto, abbiano deciso di smettere. Non so neppure se di questo ne abbiano parlato con mio padre.

Ma li ringrazio se questo fosse successo. Dopo quella volta l’ho rivista solo sul letto, oramai fredda. Non mi sembrava morta, o forse non volevo rendermene conto. Certo era fredda, ma questo era l’unico dato stonato, l’unica cosa diversa.

Però il suo viso era finalmente sereno, disteso. Dopo tanto tempo l’ho rivista senza tranquilla, sotto l’ala della grande mietitrice.

E mi accompagna ancora, il suo dolce volto.

Per fortuna che c’è la morte.ultima modifica: 2011-02-08T11:41:43+01:00da saturninoz
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