Anniversari: sono 20 anni che sono sieropositivo, e stò bene

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Ricevo e pubblico questa testimonianza, sperando di dare un segnale di speranza per tutti coloro che ne sono coinvolti.

“Ciao, ti scrivo perchè oggi sono andato in ospedale a fare quella che oramai è diventata un’abitudine, dopo 20 anni che mi capita. Ho ritirato gli esami di routine che faccio (in genere ogni tre, quattro mesi) per verificare il mio stato di salute, in relazione alla mia sieropositività all’Hiv, il tristemente noto virus che causa l’AIDS.

Oramai è dal 1987 che frequento quelle stanze, e molta acqua è passata sotto i ponti, molte cose sono cambiate. In meglio, per fortuna.

I risultati di oggi sono buoni, molto buoni. Stò bene, i miei T4 sono cresciuti e la carica virale non è rilevabile. Per capirci meglio i T4 sono i miei anticorpi, mentre la carica virale è quanto virus ho in circolo.  

Grazie ai farmaci che prendo la mia salute è buona, e posso continuare a lavorare, a viaggiare, a fare quello che mi piace. Oggi, come sieropositivo vivo normalmente, senza nessun altro obbligo che prendere una terapia. Questa consiste in 2 pastiglie al giorno, che non mi danno effetti collaterali.

Non è sempre stato così. Quando mi è stato detto, nel lontano 1987, per un lungo periodo era come se non mi riguardasse. Erano due anni che stavo in comunità per smettere di bucare, e, a seguito di un controllo casuale, il medico dell’ospedale mi ha chiamato e mi ha detto “hai l’Aids”. Seccamente, senza fronzoli. Io non ho avuto reazioni. Ho messo in tasca la notizia e basta. Ma non era mia. Stavo bene, avevo smesso di fare stronzate, stavo ricostruendo la mia vita. Certo, ogni tanto qualcuno me lo ricordava, ogni tanto qualcosa me lo rimetteva di fronte. Ma non erano le cose ufficiali, tipo i controlli  in ospedale o il dirlo ad amici e familiari. Erano cose più semplici, banali. A quel tempo non si sapeva ancora bene cosa fosse e come funzionasse l’infezione. L’immaginario era di una condanna a morte, ineluttabile, indescrivibile. Le immagini erano quelle del malato di Oliviero Toscani o dell’omino circondato di blù della campagna ministeriale, ma erano troppo lontane dalla mia quotidianeità per ritovarmici. Non era roba mia, non mi riguardava. Diventava reale quando dovevo chiedere un prestito in banca, magari er comperare un’auto (ma io sarei campato ancora per 4, 5, 6 anni?), diventava reale quando facevo una domanda di lavoro (la casella dei questionari sullo stato di salute era un’incubo). ma poi niente, tutto continuava senza riflessi, sotterraneamente.

Poi c’è stato il rapporto con i medici e con le medicine. Agli inizi era molto difficile. i primi farmaci erano complicati nell’assunzione, con pesanti effetti collaterali, senza garanzie sull’efficacia. Ho visto amici diventare anemici, ho visto fare esami incomprensibili e dolorosi, senza avere poi risultati  sulla salute. Io sono rimasto a lavorare nel terzo settore, una volta finita la comunità, e ho accompagnato molti nell’ultimo viaggio, su, sulla collina. Di quel periodo ricordo la rassegnazione, e le ricerche al di fuori di una medicina che sembrava impotente, inutile. Libri sul digiuno lungo e sulla purificazione, gruppi psicodinamici, ricerca interiore. Ma la gente moriva, continuava a morire. Io non so perchè me la sono cavata, non ho fatto nulla di diverso da loro. Per alcune cose (chiaramente in piccolo, molto più in piccolo) a volte mi sono sentito come gli scampati ad una disgrazia collettiva, chiedendomi “ma perchè io sono ancora vivo?”. Non lo so, non ho una risposta. Penso che quest’esperienza abbia fatto crescere in me un rigetto per la trascendenza e la spiritualità, dopo aver visto con i miei occhi quanto il caso sia determinante nelle nostre vite.

Io ho iniziato a prendere i farmaci dopo una crisi molto pesante. Ho avuto la tubercolosi, ma il problema vero era che mi erano rimasti un paio di dozzine di anticorpi sul migliaio  presenti nella norma, il virus se li stava mangiando tutti. Un capodanno di qualche anno fa, tra botti fuori dal reparto d’isolamento (era per difendere me dal mondo, non il contrario) e fledo eterne, picchi di febbre, i volontari cattolici che passano a trovarti, la fine che inizia a circondarti negli sguardi, nei silenzi, nei discorsi troncati.. E una domanda che ti inizia a girare per la testa, quando sei solo, quando non riesci a dormire: Sono arrivato in fondo? è così che ci si sente prima di morire? e il vuoto.. un suono nelle orecchie come di radio non sintonizzata, un lungo sibilo di sottofondo.. Poi, per fortuna, le medicine hanno fatto effetto e ne sono uscito, ho iniziato a stare meglio.

Oggi va così, e volevo dirtelo. Volevo anche che tu lo pubblicassi, per far sapere a tutti che, oggi, non si muore per la sieropositività. L’unico rovello resta quello che, in fondo mi ha portato a scriverti: se quello che ti ho detto lo dicessi ai miei vicini, ai miei colleghi, ai clienti cosa succederebbe? Spesso sento che il pregiudizio e la superficialità sono molto presenti nelle persone che conosco. In questo periodo poi, in cui la solidarietà e la vicinanza sembrano diventate una merce da rottamare, penso che se la mia dichiarazione non fosse anonima avrei qualche problema. Ma oggi non me ne voglio curare, oggi va bene così. Oggi sono ancora vivo.

Un abbraccio

Anniversari: sono 20 anni che sono sieropositivo, e stò beneultima modifica: 2008-06-23T15:40:00+02:00da saturninoz
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4 pensieri su “Anniversari: sono 20 anni che sono sieropositivo, e stò bene

  1. Ciao! Scusa ma devo scriverti anch’io in forma anonima per le stesse motivazioni del tuo amico della lettera….ma non ometterò la mia email sarò anonimo per la rete ma non per te.
    Non si muore per l’hiv e non si muore neppure per aver custodito tale segreto.
    Il nostro più grande timore era comunicarlo a nostro figlio, l’unica persona della quale veramente c’importava la sua accoglienza o meno di tale realtà.
    Come avrebbe reagito? La paura avrebbe preso il sopravvento?Avrebbe condannato o isolato chi dei due era affetto da tale virus?
    Chi ti ama, chi ti conosce e proprio per questo in fondo in fondo già sa’, CAPISCE e non solo!
    S’informa e non tiene conto dei luoghi comuni, non si accontenta del “ Va bene così”
    Inizia a lottare con te,una lotta senza spada senza scudi,fatta solo di parole, d’informazione e di abbattimento dell’ignoranza.
    Condivido che non si debba sbandierare ai quattro venti la propria condizione di sieropositività, ma tacere non serve a nessuno. Noi abbiamo optato per dirlo in modo centellinato, saremo razzisti saremo anche selezionatori, ma come si dice : di necessità virtù! Quindi da vent’anni, una persona alla volta (la quale riteniamo che sappia andare oltre il senso che hanno voluto dare al termine AIDS) ogni volta, ed insieme lottiamo e viviamo in modo sempre più consapevole. E gli altri? Come dice il tuo amico “ Per ora non me ne voglio curare, perché oggi sono ancora vivo!!”

    Ad entrambi il mio saluto tra vent’anni per ridarci appuntamento dopo altri venti …..

  2. @….

    scusa il ritardo della risposta, ma sono in vacanza, e ho potuto solo oggi trovare il tempo di guardare il blog.
    Mi fa molto piacere ricevere posta da chi il problema se lo vive e che abbia trovato il modo di conviverci. Certo le tue parole sono di buon senso e condivise. Io nel mio piccolo, ho cercato di fare delle cose, con il volotariato o nel lavoro. Va benissimo per l’appuntamento e se nel frattempo succede qualcosa ci si sente!!

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